Giuseppe aveva una grande passione: quella del caffè. Erano anni difficili e le provviste scarseggiavano per tutti, ma lui, il caffè, riusciva sempre a farlo. Sotto lo scantinato, tra attrezzi dismessi, telai di biciclette e varie cianfrusaglie, teneva nascosto il piccolo sacco del riso, con all’interno almeno cinque chili di caffè verde, che centellinava per far sì che durasse quanto più a lungo possibile.

Quella piccola e preziosa riserva era frutto di uno scambio proposto da un ufficiale americano. Quel bacchettone in divisa era figlio di immigrati calabresi e quando durante il solito pattugliamento, lo vide curare quel rettangolo di terra bruna, puntellata dai colori della stagione, non resistette alla tentazione e propose l’affare.

Quando il militare col suo italiano mescolato al dialetto dei suoi genitori, gli propose lo scampolo, non gli sembrò vero: cioccolata, tre pacchetti di Camel senza filtro e un sacchetto di caffè ancora da tostare, in cambio di tre delle sue galline ovaiole, di qualche piede d’insalata e di un’abbondante sporta di pomodori, aglio, cipolle, basilico e rosmarino.

 L’affare si concluse il mattino seguente.

In quel periodo gli americani si erano sistemati all’interno della Reggia di Carditello, a pochi chilometri dal paese, appena abbandonata dalle truppe tedesche in fuga.

L’ufficiale si presentò a bordo della Jeep senza telone, in compagnia di una delle crocerossine presenti nel campo.

Al prezioso carico promesso aveva aggiunto una bottiglia di Old Rip Van Winkle, un liquore di colore rosso che spiccava nella bottiglia tozza dal fondo largo e dal collo lungo. Bourbon, lo chiamavano,  ma Giuseppe, di quell’intruglio che dava alla testa più del suo vino, non ne aveva mai nemmeno sentito parlare.

Fu la biondina dalla lunga gonna aderente color verde oliva, che teneva il sacchetto di caffè tra le braccia come un bimbo di pochi mesi, a parlare per prima con un buon italiano:

Giusè – disse rivolgendosi a lui e alla moglie seduta al suo fianco a sgranare fagioli nel bel mezzo dell’aia –, insegnami a fare il sugo con i pomodori freschi e io ti regalo anche due chili di maccaroni e una scatola di sigari.

Giuseppe passò le dita a sistemare i baffoni grigi e poi diresse lo sguardo verso la moglie a cercare consenso: l’affare si rivelava superiore a ogni aspettativa.

E così, mentre Maria Luigia insegnava i trucchi del mestiere per un piatto di pasta semplice e riccamente condito da pomodori e odoroso basilico, il capitano Cannistrà introdusse Giuseppe al gusto del bourbon che, da quel momento in avanti, preferì usare come digestivo o spruzzare appena nel caffè, durante le fredde mattinate d’inverno.

Maria Luigia non ci mise niente a imbandire la tavola con quel che c’era.

Prima della fine del pranzo, Giuseppe, diede avvio al rito del caffè.

Aveva sessantacinque anni, quell’estate del 1946. Giuseppe, infatti, era nato nel 1881 e tutti gli attrezzi che usava per fare il caffè, erano passati prima per le esperte mani del padre.

In meno di niente i carboni della fornacella dall’ampia spianata, rosseggiavano come un tramonto d’agosto.

Il tostatore che vi poggiò sopra aveva il fondo in rame, una piccola feritoia con lo sportellino da un lato, un manico lungo che lui avvolgeva con uno straccio ricavato da un vecchio lenzuolo di canapone, ed era sovrastato dalla manovella col pomo in legno che azionava il meccanismo circolare all’interno, durante la cottura del caffè.

Appena quel lungo manico cominciava a scaldarsi, prese una generosa manciata di chicchi verdi e oleosi e li fece tintinnare uno ad uno nella pancia del tostatore che, finalmente, dopo aver imbrunito tanto orzo, era tornato ad arrostire caffè.

Prese la piccola sedia impagliata e si accomodò vicino alla fornacella, dopo aver poggiato il macinino in latta, marca Tre Spade, la cui patina scura lasciava intravedere ancora i residui verdone dell’originale colore.

Cannistrà e l’infermiera militare seguivano in silenzio e con attenzione, le precise operazioni di cottura.

Girando la manovella i grani all’interno borbottavano di una voce sorda e ridondante.

Aprì lo sportellino e una nuvoletta di vapore denso e fragrante invase tutto il cortile.

Senza perder tempo dal tostatore riversò il bollente contenuto nel macinino le cui lame, roteando la manovella, grattavano, frantumavano, sminuzzavano e riducevano quei chicchi in preziosa polvere di un marrone carico.

Maria Luigia, avvezza all’arte del marito, colse il giusto attimo per riempire d’acqua il ventre in latta della caffettiera napoletana, sulla cui targhetta in bronzetto ancora si leggeva:

“Premiata ditta CACACE, via Santa Brigida 47 – Napoli”

I due ospiti sgranarono gli occhi quando dal cassettino del macinino, quella polvere ancora fumante, fece la sua apparizione.

“Ho modificato le lame per farlo ancora più sottile – spiegò Giuseppe -. Così, quando l’acqua passa attraverso la polvere di caffè, si impregna di tutto il suo gusto senza sprecarne nemmeno un granello. Questo è il segreto del mio caffè”.

La permanenza degli americani all’interno della masseria borbonica durò piuttosto a lungo.

Quando le condizioni lo permettevano, Cannistrà e l’infermiera Joanna, correvano da Giuseppe e Maria Luigia, per la loro gustosa bevanda, nera e forte.

Erano sempre prodighi di vettovagliamenti che Maria Luigia non esitava a distribuire anche tra i meno fortunati del paese che, grazie alla passione di Giuseppe, riempivano le credenze di pasta, sale e dell’introvabile zucchero bianco.

La fama di Giuseppe aveva raggiunto il drappello americano, diffondendosi al pari di come il vento spargeva tutt’intorno l’aroma del suo caffè.

Quella sera i militari furono raggiunti dal dispaccio che gli imponeva di raggiungere la capitale. Il mattino dopo, di buon’ora, Cannistrà si presentò a casa di Giuseppe con la Jeep stracarica di provviste. Nel salutarlo gli chiese se poteva offrire una tazzina del suo nettare nero ad alcuni soldati. Non se lo fece ripetere due volte.

Qualche ora più tardi arrivarono una decina di giovanottoni festanti, a bordo di tre Jeep Willies. Fu Maria Luigia ad accoglierli.

“Hi mom – mamma la chiamavano – where is uncle Joe and his coffee? Dove stare zio Joe e il suo caffè?”

Li fece sedere impartendo ordini come ai suoi figli, tutti intorno al tavolaccio in mezzo al cortile, sotto la pertica d’uva fragola.

Obbedirono come avrebbero obbedito alla loro mamma.

Davanti a ciascuno di loro piazzò un piattone d’insalata di pomodori rossi sminuzzati, ricchi di cipolla, basilico e una spolverata di origano fresco, mentre Giuseppe, nascosto dalla truppa affamata, preparava la sua speciale mistura.

Il fragore di una Harley Davidson WLA sidecar, irruppe sul viale della casa. Ne discese un sergente piccolino che tutti salutarono allegramente.

Il centauro accostò la moto al muro esterno a ridosso del portone. Prima di raggiungere la tavola dove Maria Luigia aveva sistemato un’altra sedia e il relativo piattone di pomodori fiammeggianti, con ampie e rumorose manate si era tolto la polvere dalla divisa.

Di origine ispanica i commilitoni lo chiavano, “Pepe”.

Era magrolino, sorridente e dai baffetti fini. Allungando il passo verso l’invitante tavolata, lo vide quasi nascosto dietro la metà destra del grande portone in legno.

Si fermò di botto, lasciò cadere le braccia lungo i larghi pantaloni dagli ampi tasconi laterali, ed esclamò

- Mira! Parese Don Josè.

E da allora, Giuseppe che macinava il caffè dietro al portone, divenne per tutti, Don Josè.

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