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A San Tammaro grano di elevata qualità

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SAN TAMMARO – (Nando Cimino) Una terra maledetta, quella dell’agro tammarese e di parte dei ‘Mazzoni’, vilipesa dalle discariche di Maruzzella, Casone, Ferrandelle e del Parco Saurino. A partire dalla metà degli anni ’80 infatti, il territorio di San Tammaro e gli altri confinanti, sono stati invasi da Stir, discariche e siti di stoccaggio. Nonostante tutto, questo panorama, sembra non aver scoraggiato i tanti agricoltori e allevatori che da sempre trovano, nell’alleanza con la campagna, la loro unica fonte di sostentamento, alla quale non possono e, comunque, non intendono rinunciare. Nei circa 38 chilometri quadrati che compongono il tenimento della cittadina sull’Appia, sono presenti svariate aziende agricole e allevamenti di bufale da latte. Ciò che in molti si domandano, alla luce della sempre crescente coscienza ambientale, come sia stato possibile individuare una delle aree più fertili e produttive della vasta pianura agricola casertana, come la destinataria di questo tipo di impianti. Ma allo stato attuale, è inutile aspettare risposte. La biodiversità presente sul territorio è riscontrabile nelle storiche colture di tabacco, nei frutteti, nelle semine di granturco, nelle vigne, nelle erbe mediche, negli ortaggi, nel fieno da prima, seconda e terza raccolta e tanto altro ancora. Grazie alla forza e al coraggio di alcuni imprenditori agricoli, nei tenimenti tammaresi e oltre, è tornato in maniera prepotente, anche il grano. Il classico grano duro da semola e farina per la produzione di pasta, pane e derivati. Ma il dato veramente interessante è un altro. Ad illustrarlo è l’imprenditore agricolo, Francesco D’Amore che sgrana, è il caso di dire, dati e percentuali da addetti ai lavori ma che, anche a noi romantici profani, fanno ben comprendere l’importanza della questione: “L’area pianeggiate che parte da San Tammaro, attraversa parte dell’agro liternese, per giungere fino al limitare della Sinuessa – spiega l’imprenditore - è tra le sette pianure più fertili d’Italia, la cui forza si manifesta nella elevata qualità del prodotto finale. E’ il caso del grano duro che torna ad impadronirsi dell’area storicamente destinata alla sua produzione.” La coltura del grano infatti, sembrava essere scomparsa dalla zona eccezion fatta per piccole produzioni a livello familiare. I risultati conseguiti da Francesco D’Amore, nella specifica coltura, aprono la strada a considerazioni che possono serenamente far coesistere la tutela del territorio, attraverso una produzione agricola sostenibile, l’elevata qualità del risultato e la dovute necessità economiche e, quindi, imprenditoriali. “Il campione prodotto, comparato con i dati qualitativi – prosegue D’Amore – incoraggia a perseguire questa strada. In una superficie complessiva, in via sperimentale, di 5,65 ettari, si è ottenuto un risultato finale, al peso, pari al 70 % circa, per quintale.” Ma la cosa veramente sbalorditiva, a conferma di quanto ancora abbiano da offrire questi territori, risiede nel fatto che questi calcoli sono stati fatti su una semina atipica, rispetto al naturale corso della coltura della spiga dorata. La semina infatti, in tempi ordinari, inizia tra la fine di ottobre e tutto novembre per raggiungere poi il punto di maturazione e quindi il raccolto, dal mese di giugno in avanti. La testimonianza del nostro interlocutore invece, riguarda una prova di semina fatta tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo che, in 120 giorni (4 mesi circa) si è tradotta in uno straordinario risultato dall’ottimale rapporto tra qualità e quantità. Dati questi che dovrebbero tornare a far discutere la stessa Comunità Europea circa l’importanza della nostra produzione agricola, in termini di specificità, di qualità e quantità. Non solo discariche e immondizie di varia natura, dunque, ma il ritorno ad un’economia agricola con colture controllate da rigidissimi disciplinari, dagli standard elevatissimi al punto tale da essere state scelte dai più grandi produttori di pasta da grano duro. Incoraggiare questo tipo di economia agricola, significa riportare a casa nostra l’intera filiera della produzione; dalla semina al raccolto, dal mulino, ormai scomparso in provincia di Caserta, alla lavorazione della materia prima, fino alla produzione industriale; tutto ciò non potrebbe che tradursi in nuova spinta economia e, ovviamente, ma scusate se è poco, in occupazione.

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