enne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. (Giovanni 1,6-8.19-28)

 

COMMENTO

Questa terza Domenica di Avvento  è chiamata  “Domenica Gaudete”,dalle parole di inizio del brano della     II Lettura, tolta dalla  Prima ai Tessalonicesi di S. Paolo Apostolo. Il cammino di Avvento ci avvicina sempre più  al mistero del Natele del Signore, e il cuore  deve  aprirsi sempre più alla gioia,  nella certezza che Dio è con  noi . “Siate sempre lieti,pregate ininterrottamente,in ogni cosa  rendete grazie:questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù!”. Un invito all’ottimismo dello spirito per potere percepire la presenza salvifica di Dio in mezzo a noi, presenza che deve essere il fulcro, il fondamento della nostra gioia, della nostra apertura  sincera alla speranza che va a di la delle cose che incontriamo e viviamo nel nostro percorso nel tempo.

La gioia esprime la pace del cuore,pace che ,come aggiunge lo stesso Apostolo, viene dal saper discerne e “vagliare” ogni cosa, e prendere, tenere e vivere quello che è buono, cioè secondo Dio, e che va oltre il tempo.

La gioia va anche vissuta,  vedendo come la Parola di Dio ci offre la identità del Precursore,uomo sincero, penitente, deciso, c he non ammette deroghe morali né con se, nè con nessuno, e sarà questa sua ferma  etica che  gli costerà la morte ,il martirio voluto da Erodiade ,concubina  del cognato Erode.

Giovanni è leale fino in fondo con coloro che pensano che lui sia il Messia, non soltanto è leale, ma afferma che  colui che verrà dopo di lui  battezzerà non con l’acqua ma con spirito santo e fuoco, ed è talmente “grande”  e “alto in dignità” che lui, Giovanni, non è degno neppure di scioglierli il laccio del sandalo.

Il Profeta Isaia invece  presenta l’identità operativa del Messia,  di colui che sboccerà da tronco di Iesse il Betlemita, e con l’aiuto dello spirito che è sopra di lui, sarà vicino agli ultimi. A questi egli non solo porterà il lieto annunzio,ma si chinerà su di loro per curare le ferite, aprirà il suo cuore per ascoltare i cuori affranti,sarà contro  tipo di schiavitù umana, inventata dall’uomo, e varcherà le soglie delle prigioni dell’uomo per   portare tutti alla libertà. La missione del Messia  porterà  nei cuori la luce, e a tutti l’esultanza, e sarà colui che ogni angolo della terra, dal suolo arido dell’uomo, farà germogliare la giustizia,e per questo tutte le genti loderanno il Signore.

Ecco il segreto dell’invito alla gioia, la quale”è il gigantesco segreto dei cristiani” (Chesterton), e la forza di essere ottimisti sempre, anche nei momenti bui.

Un vero cristiano è  necessariamente  ottimista; i pessimisti vedono difficoltà in ogni occasione;      gli ottimisti vedono occasioni in ogni difficoltà”(Card. Tisserant).

Commento a cura del P. Pierluigi Mirra passionista

n quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. (Luca 1,26-38)

 

 

COMMENTO

 

La libertà  forse è il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo, dopo averlo  reso partecipe della sua vita e del segreto della vita. L’uomo, poi insieme alla donna, viveva questo dono  nella grande amicizia  che lo legava a Dio,compagno e confidente delle lunghe passeggiate nei giardini dell’Eden.                                                                                                                                                                                   Ma ,all’improvviso,questa libertà, intesa  come capacità di scelta e di responsabilità, l’uomo e la donna non la sanno gestire. Pensando di uscire furori dei progetti di Dio, hanno fatto con  Dio un grande strappo, uno strappo  che non solo li allontana da Dio, e li pone soli nel creato, ma imbratta in loro anche l’immagine del Creatore impressa in loro nel momento della creazione.

Una delusone per Iddio?  Forse  si, una grande delusione, ma Dio non vuole assolutamente che il suo capolavoro, frutto di un grande disegno di amore, vada nel nulla,non vuole perdere questo grande capolavoro, uscito dal suo cuore e dalle sue mani, che è l’uomo. Escogita , umanamente parlando, un progetto di riserva, che si chiamerà progetto di salvezza:egli salverà l’uomo attraverso l’uomo.  E mentre condanna il serpente, ispiratore della rottura con Dio, fa balenare dinanzi agli occhi  appesantiti dell’uomo e della donna, la speranza che Egli pone in un un’altra donna, la quale, pur insidiata di nuovo dal serpente, lei  gli schiaccerà il capo.

E all’orizzonte dell’umanità appare la figura di una fanciulla, Maria  di Nazareth, chiamata da Dio,ad essere il germoglio sano e nuovo della rinnovata umanità. In lei Dio crea uno “spazio libero”, senza colpa originale, e in questo spazio  Dio getterà il seme divino, che feconderà questa donna,e da lei nascerà, nella pienezza dei tempi, l’uomo nuovo Cristo Gesù, il Salvatore.

Questa donna non  sarà toccato per nessun momento dal torrente limaccioso nato dal peccato dell’uomo, ma sarà integra, Immacolata, fin dal suo concepimento. E Dio porrà il cuore libero di questa donna , come ponte, sull’abisso che  il peccato aveva creato tra Dio e l’uomo, e attraverso questo ponte Dio passerà per arrivare  dalla parte dell’umanità, e in questo cuore Dio si rivestirà della carne dell’uomo ,presa immacolata,da Maria.

E nella pienezza dei tempi, quando Dio vorrà attuare   il suo sogno di  salvare l’uomo e interpellerà questa creatura, creata da sempre, troverà in lei appunto quella libertà che  i nostri progenitori si erano giocata: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto!” Un’adesione totale al pian o di Dio che troverà in Maria, anche nei momenti   in cui anche la sua fede sarà interpellata, sempre completa adesione a Dio                                                                                                                         Noi oggi la salutiamo:”Immacolata”, “Tuttasanta.”                                                                                                                                                                Quando il Beato Pio IX,  l’8 dicembre del 1854, proclamò Dogma di fede  l’Immacolata Concezione della Vergine Maria, lei, 4 anni dopo, a Lourdes, apparendo a Bernardette ,nella grotta di Massabielle, confermò l’autenticità del suo privilegio, presentandosi appunto con queste parole: “Io sono l’Immacolata Concezione”.                                                                                                                                 
La festa di oggi ci apre al Natale, ed è come l’Aurora che annunzia il Sole che nasce.

Commento a cura di P. Pierluigi Mirra Passionista

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.

Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.

Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». (Marco 13,33-37)

 

COMMENTO

Con questa Domenica inizia il nuovo Anno Liturgico. Lo potremmo definire il Capodanno Ecclesiale.

Durante questo Anno  siamo chiamati ad ascoltare e meditare il Vangelo di Marco.

Il Tempo di Avvento  è un momento di vivere il presente guardando il futuro, futuro inteso come qualcosa che aspettiamo   e che si realizzerà. Liturgicamente il tempo di Avvento ci apre al ricordo del Mistero dell’Incarnazione, al Natale, visto come evento realizzatosi  duemila e più anni fa in Cristo fatto uomo nella nostra carne. Noi celebriamo questo avvento per ricordare, ma c’è un altro avvento che è un’attesa che si vive,  posti in una continua tensione di conversione per   farci trovare al momento dell’arrivo del Messia ,alla fine dei nostri giorni, preparati e desti.

Perciò   alla luce di questo secondo significato dell’Avvento, siamo chiamati a guardare oltre, e immergerci  nel Mistero di Cristo che verrà a giudicare la storia, e anche la nostra storia.

Il Profeta Isaia, l’amico spirituale che ci accompagnerà in tutto il tempo dell’Avvento con la sua parola profetica, nel testo della I Lettura si rivolge al Signore chiedendo di “ritornare” in mezzo al suo popolo , il cui  cuore è diventato arido e freddo. “Siamo diventati tutti come cosa impura-dice- e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia;tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento .Abbiamo bisogno che il “Signore ci mostri il suo volto  per essere salvi..”, e  la “sua misericordia per avere la salvezza”.

Sembra che oggi noi viviamo la stessa situazione descritta dal Profeta, ma non è Dio ad essersi allontanato da noi, ma siamo noi ad averci creati dei e idoli che non danno luce, anche se  hanno la convenienza che sembrano darci quello che  desideriamo. Ma poichè dentro portiamo l’immagine di Dio, e siamo chiamati ad immergerci nell’infinito di Dio, per poter respirare  l’aria che sa di eternità, questi  idoli  diventano per noi una  grande e mortale delusione.

E’ tempo  di uscire dal letargo spirituale e porsi in cammino  dietro a Dio che è venuto a salvarci ed è già presente nella nostra vita. E’ importante porsi in stato di “veglia” e di “forte vigilanza”, come  ci esorta Gesù nel brano del Vangelo di Marco. Una veglia operosa ,attuata nella vigilanza, guardando verso il futuro che ci attende, e che nel tempo  ci stiamo preparando.

Desti e vigilanti poniamoci continuamente alla ricerca di Dio che ci vive accanto , per non rientrare nella solitudine che ottenebra il cuore. “ L’Avvento ci chiama a mette  in movimento mente e cuore.      Ogni giorno accelerare il passo per andare incontro alla luce” che illuminerà il mondo,disponendoci a lasciarci illuminare”.

Commento di padre Pierluigi Mirra, passionista

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». (Matteo25,14-30 )

Dire ad una persona che ha un  “talento sprecato” vuol dire  fargli comprendere che molto   di cui ha ricevuto dalla  Provvidenza di  Dio lei non ha saputo o voluto sfruttarlo.  A  ognuno di noi Dio ha consegnato una ricchezza  e ci esorta a sfruttarla con la forza della responsabilità .

La Parabola  evangelica a anzitutto mette in rilievo la generosità e l fiducia del Padre in partenza  nei suoi servi , ai quali affida  seri talenti, forse tenendo conto della capacità iniziale di ognuno,ma anche l’agire dei servi ,i quali, ognuono a modo suo  pensa e cerca di mettere  a frutto ciò che ha ricevuto.                                                                  Sarà questione di sensibilità o di veduta, ma ogni servo agisce, a modo suo, con risultati diversi, che poi vengono ,al ritorno del Padrone, da lui valutati , giudicati, approvati o meno.                                                           L’avvedutezza e la responsabilità dei servi che hanno avuto 5 e 2 talenti, è forte e responsabile:Non perdono tempo a guardasi addosso l’un l’atro per la differenza ricevuta,ma ognuno, nel suo, cercano di far fruttificare quello che hanno ricevuto ,e , alla fine, dal Padrone avranno lo stesso plauso e la stessa ricompensa. Chiamiamo irresponsabile e pauroso il terzo servo? Eppure consegna intatto  ciò che ha ricevuto. Per il padrone ciò che si ha  o si possiede non è per se, è per il b en e di tutta la famiglia,allora bisogna travagliare per far si che  ciò che  si è ricevuto  non rimanga sterile. Non basta possedere   qualcosa  per dirsi sicura  di  poter dire che si è bene vissuto, ma soltanto chi cerca di essere di più, usando quello che si è ricevuto,può dire   di non avere vissuto invano  o nascondendosi per paura di perdere anche quello che ha ricevuto. La pigrizia o il vivere sonnolenti  non da  figli di Dio: Anche nella Prima Lettura la donna  è detta perfetta non opera la sua bellezza,”fugace e illusoria ma per la sua operosità, così S. Paolo nella seconda lettura ci invita ad essere”vigilanti”, cioè ad essere attivi.

Dio nel distribuire i suoi doni  ha avuto una grande fantasia, non ha  fatto tutto o tutti uguali, anche  se  all’inizio di ogni dono c’è sempre il suo amore grande per tutti. Ciò che rende uguali e uniti i figli di Dio non è la possibile uguaglianza, ma l’amore  che  unisce nella diversità. La disuguaglianza  dei dono  implica nel disegno di Dio anche  la comunione e la condivisone tra  i figli di Dio, che poi diventa per tutti testimonianza  dell’amore ricevuto e  che ,ognuno a modo suo, si da. Che bello ascoltare   chi definisce la Parabola dei Talenti la “parabola della creatività”.Agire e amare ciò che  si fa: Ben  il detto della scrittrice americana Mary H.Clark:” Se vuoi essere felice per un anno,vinci la lotteria: Se vuoi essere felice per sempre,ama quello che fai.”

Commento a cura di P. Pierluigi Mirra Passionista.

nizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». (Marco 1,1-8)

 

COMMENTO

La liturgia della Parola di questa II Domenica di Avvento si apre con l’inizio del Vangelo di Marco e la figura di Giovanni  Battista, che ,mentre battezza sulle rive del Giordano, alza la voce ,ripetendo alla gente l’invito  del Profeta Isaia:”Nel deserto preparate la via del Signore, spianate nella steppa la strada per il vostro Dio.

Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il deserto accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.”

Dio apre a noi il cantiere della conversione, e ci pone al lavoro per trasformare la terra, per trasformare il nostro cuore.                                                                                                                                                                                                           Preparare le strade.. Dio viene e noi dobbiamo andargli incontro,ma  sulla nostra strada ci sono tante  cose umane che a volte   ci tolgono l’orizzonte e non ci fanno vedere la figura di  Dio. “Le mie vie non sono le vostre vie..”, ci dice il Signore attraverso il Profeta Isaia, allora è da domandarci su quale via stiamo camminando,se la nostra è la via  che ci porta a Dio,  o c’è il rischio che  sulla “nostra strada” Dio non cammina,e andiamo incontro al vuoto, al nulla.                                                                                                                                                      Spianare i colli e innalzare le valli, è  il discorso e l’invito del Battista .

Quanti vuoti nella nostra esistenza,vuoti di valori, vuoti di Dio, vuoti di aria pura che ci aiuta a respirare e  a non cadere nell’affanno?

Sono vuoti da riempire con  il respiro di Dio che  diventa  vita del nostro andare, e ci rende il cammino, anche se a volte  dal percorso duro,leggero e fecondo di bene.                                                                                                                                                                                                                          Quanti strani colli nella nostra vita ,innalziamo e ci poniamo a sedere su di essi,come troni del nostro affermato potere e del nostro orgoglio? Quanti troni innalziamo a volte sulla sofferenza o sulla morte degli altri, pur di sentirci “primi”,”importanti”? Quante scale ,sulla linea di Babele, a volte innalziamo verso il cielo, quasi  a sfidare Dio, dimenticandoci che  quelle scale poggiano sul nulla?

Dio venendo sulla strada dell’uomo ,ha scelto la via dell’umiltà, del nascondimento, del silenzio, della povertà.’ E’ apparso senza fare rumore, ma lanciando aventi a se soltanto messaggi di consolazione e di speranza. E,arrivato, ha scelto il nascondimento,il deserto, prima  di iniziare la sua vita pubblica, ed infine, un legno di Croce per adagiare il suo corpo nella morte.

Per vivere l’Avvento sulla strada di Dio,  spegniamo davanti all’ingresso del nostro cuore tutti semafori rossi, togliamo tutti i divieti di accesso,togliamo dal nostro volto tutte le truccature,perché altrimenti  percorreremo  il cammino con il cuore inquieto.

Commento a cura di  P. Pierluigi Mirra Passionista

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». Matteo 25,31-46

COMMENTO

L’Anno Liturgico che oggi si chiude è stato  il lungo cammino della Chiesa incontro Cristo.                              Abbiamo  ogni giorno ,in vari momenti ,chiamai tempi liturgici appunto, vissuto il mistero della salvezza reso presente da Cristo vivo in mezzo all’umanità.  Abbiamo percorso come popolo di Dio un grande pellegrinaggio attraverso  i misteri di Cristo che ci appartengono e che siamo stati chiamati a vivere.               Oggi siamo arrivati  innanzi a Cristo che si staglia  al centro  della storia e che  si riconosce Re, non per una monarchia simile a quella terrena, ma Re e Pastore che  si pone accanto ad ogni uomo, pronto  a dare la vita per ogni suo suddito.   Non ha in mano lo scettro del comando,  ma ha in mano il suo cuore aperto,dal quale non partono ordini, ma raggi di amore che illuminano e riscaldano la nostra terra fredda e arida.                   Re e Pastore che percorre il lungo pellegrinaggio della vita insieme alle sue pecore, conoscendole per nome, prendendo sulle spalle le ferite,accostandosi a chiunque ha il cuore ferito  per guarirlo con la medicina dell’amore, e che va al di  là  dell’atteggiamento a volte strane delle pecore stesse.                                                         Ma  è  anche  il Re-Pastore che alla fine dei tempi indosserà la sua veste di giudice per chiedere ad ogni uomo conto del percorso compiuto nel pellegrinaggio nel tempo,  ponendosi lui stesso come misura dell’agire  di carità o meno dell’uomo.. Porrà sul tavolo del giudizio un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un vestito,  un letto di ammalato o una scritta con l’emblema delle carceri, e chiederà a ciascuno di noi se in vita  quel bicchiere l’ avremo usato, quel pane offerto,quel vestito fatto indossare,  se ci saremo avvicinati a letto del dolore del fratello, e se  avremo avuto il coraggio  di  varcare la soglia di un penitenziario senza pregiudizi . Noi forse  saremo lì a meravigliarci,forse impacciati addirittura, o qualcuno  quelli elementi posti dal giudice  sul tavolo non li avrà mai considerati come mezzi per arrivare alla salvezza, perché sarà stato chiuso sempre nel suo egoismo,o avrà addirittura usati gli altri  per ergere  sulle loro vite il  trono del suo orgoglio. Eppure questo esame non dovrebbe essere  un imprevisto,perché Il Re stesso, Gesù, ci ha regalato l’elenco delle domande che ci saranno fatte,e alle quali noi siamo però chiamati a rispondere nel nostro quotidiano.  Infatti il giudizio finale verterà sull’amore.

In  quel giorno, accanto al Re.-Giudice non ci saranno cortigiani , né vedremo dei raccomandati o dei favoriti, ma saremo noi e Cristo Signore, faccia a faccia, a sostenere l’esame dell’amore. E alla fine nel Regno dei cieli, che era pronto per tutti ,entreranno soltanto coloro che hanno percorso  la strada dell’amore,che hanno offerto un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un vestito, una visita ad un fratello in nome di Dio, soltanto coloro che presenteranno la patente dell’amore.                                                                                                                                                       Per non arrivare alle porte dell’eterno con sorprese ci conviene”  di ritornare ad essere artigiani dell’amore perchè Dio ci ha creati per essere tali”

Commento a cura di P .Pierluigi  Mirra  passionista

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». (Matteo 25,1-13)

 

 

 

COMMENTO

 

Non è una domanda inutile quella che ogni tanto dovremmo porci:  Dove stiamo andando? La realtà che  ci vive intorno ci dice che  l’uomo sulla terra non ha stabile dimora,ma il suo è  un passaggio più o meno lungo, attraverso quello spazio di vita che chiamiamo esistenza. Ma popi c’è uno stop, a volte inatteso, quasi sempre doloroso per il distacco dalla terra e da ciò che su di essa possediamo,per entrare in una dimensione che va oltre il tempo e ci  proietta nell’eterno. La risposta alla domanda  ,se l diamo, non è certamente univoca, perché c’èn chi pensa   che allo stop segue il nulla, chi pensa ad un’altra vita  migliore di quella vissuta,ma con gli stessi elementi, e c’è chi ,crede in Dio e nella vita eterna, e sa che  lo stop è un attimo, un lungo respiro per immergersi di corsa in Dio, e aprire la porta della nostra vera abitazione. Dunque  se non siamo eterni, stiamo andando verso un atto, l’ultimo della vita, che si chiama morte, fine della nostra presenza nel tempo, traguardo raggiunto  dopo il lungo pellegrinare.                                              

Ciò che rende questo ultimo atto  carico di perplessità e di ansia, il non sapere il quando, il come ,il dove vivremo questo ultimo atto.

La  dieci vergini della parabola evangelica sapevano di dover incontrare lo sposo, ma  sul loro orologio non era fissata l’ora… Camminavano insieme, e insieme si trattenevano  sul luogo della sosta,ma alcune di esse, quelle che Gesù chiama “stolte” non avevano previsto il possibile ritardo dello sposo, addirittura  si erano addormentate, mentre l’olio della lampada si consumava .Le “prudenti” invece, erano state previggenti, aveva nell’attesa curato  le loro lampade, attizzandole con l’olio di riserva. Lo sposo arriva all’improvviso e nasce la sorpresa:solo che è pronta con la lampada accesa entra. Le altre corrono al riparo,ma il tempo dell’attesa è scaduto, e  le cinque stolte rimangono  a gridare  fuori .

E’ vero che “è difficile attendere  Dio”, però se si vuole raggiungere la meta e incontrarlo per sempre,l’attesa non deve pesare,ma deve essere vissuta nel compiere  il bene alla luce della fede.                                    

La fiammella della fede che alimenta le nostre lampade nell’attesa deve essere alimentata dall’olio della carità. E poi la nostra vita non una continua attesa di Dio? Allora saperlo attendere, con la sapienza dal cuore che dobbiamo attingere da lui. E ricordiamoci che Dio non accetta le lampade che fanno  solo fumo.

Commento a cura di P .Pierluigi Mirra passionista

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