Era il 1933 quando nelle edicole italiane comparve per la prima volta “Il Monello“, periodico per ragazzi destinato a diventare un punto di riferimento generazionale per quasi sei decenni. Tra i suoi personaggi più memorabili figurava Superbone: un ragazzetto biondo, ben pasciuto, con il ciuffo impomatato e una pancia rotonda, che trascorreva le sue giornate a combinare scherzi ai coetanei meno abbienti del quartiere, salvo ritrovarsi regolarmente con le ossa doloranti per le ritorsioni dei destinatari. Quando nel 1990 il Monello chiuse i battenti, lasciò nei lettori di più generazioni una nostalgia difficile da spiegare a chi non lo aveva sfogliato.
Quel personaggio, in apparenza secondario, racchiudeva però qualcosa di più di una semplice gag comica. Per chi cresceva nei quartieri popolari degli anni Sessanta, Superbone era la rappresentazione caricaturale di un tipo umano ben riconoscibile: il figlio della famiglia benestante, saputello e saccente, che non faceva copiare i compiti di matematica, si accaparrava l’attenzione delle ragazze a forza di lirette e correva dalla maestra a riferire ogni piccola trasgressione altrui. Una figura odiosa, certo, ma tutto sommato comica nella sua goffaggine sociale. E che pagava personalmente, puntualmente, le proprie arroganze.
A distanza di decenni, quella figura sembra quasi tenera se confrontata con ciò che le ha fatto seguito.
Il Superbone di un tempo era l’espressione impacciata di una borghesia ancora legata alla mentalità della ricchezza costruita dal lavoro, con i suoi eccessi ma anche con una certa ruvidità autentica. Quando sbagliava, ne subiva le conseguenze senza intermediari. C’era in lui, per quanto odioso, qualcosa di diretto e quasi ingenuo.
Quello di oggi è un animale diverso. Non ostenta, non si espone, non si mette in ridicolo. Ha imparato ad aspettare. Lo si ritrova nei consigli comunali e regionali, nelle commissioni, negli uffici pubblici, nei consigli di amministrazione. Gestisce risorse collettive con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, forte di reti di protezione costruite nel tempo con pazienza e discrezione. Se gli si pesta un piede, non si arrabbia sul momento: arriva qualcun altro, dopo, a farglielo notare.
La differenza sostanziale tra le due generazioni di Superboni non sta nella quantità di privilegi goduti, ma nella qualità morale con cui li gestiscono. I vecchi erano volgari ma prevedibili, arroganti ma esposti. I nuovi sono opachi, calcolatori, capaci di trasformare ogni posizione conquistata — spesso per vie traverse — in uno scudo contro qualsiasi forma di responsabilità.
Diplomi e lauree che un tempo si ottenevano, nel bene e nel male, con un certo sforzo, oggi si acquistano o si ottengono per pressione. I risultati si vedono nella mediocrità diffusa di chi occupa ruoli per i quali non ha le competenze, ma dispone delle conoscenze giuste.
Il fumetto del Monello aveva il pregio di restituire a tutto questo una dimensione comica e tutto sommato catartica: il cancellino in testa, la giacca cucita al pantalone, la montagna di rifiuti che sommerge il biondino impertinente. Erano vendette piccole, immediate, soddisfacenti.
Oggi quella catarsi non è più disponibile. E questo, forse, è il vero motivo per cui si guarda indietro con nostalgia.


