Esistono figure storiche che la leggenda ha avvolto così completamente da rendere difficile distinguere l’uomo dal simbolo. Niccolò Paganini è una di queste. Violinista, compositore, genovese di nascita e cittadino d’Europa per vocazione, ha attraversato la prima metà dell’Ottocento lasciando ovunque passasse un alone di stupore misto a inquietudine. A quasi due secoli dalla morte, il suo mito non accenna a sbiadire.
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Il patto col diavolo
Nessuna leggenda ha contribuito quanto questa a costruire l’immagine di Paganini nell’immaginario collettivo. La voce che il violinista avesse stretto un accordo soprannaturale per ottenere il proprio talento nacque spontaneamente tra il pubblico dei suoi concerti, incapace di trovare una spiegazione razionale a ciò che ascoltava e vedeva. Paganini non fece nulla per smentirla. Al contrario, la alimentò con cura, consapevole che il mistero riempiva le sale da concerto meglio di qualsiasi campagna promozionale. La sua presenza scenica — alto, scarno, pallido, vestito di nero, con i capelli scuri che incorniciavano un volto quasi spettrale — completava un quadro che il pubblico romantico trovava irresistibile.
Un corpo fuori dal comune
Dietro quella figura inquietante si celava probabilmente una condizione medica. Gli storici e i medici che hanno studiato il caso Paganini convergono oggi sull’ipotesi che il violinista fosse affetto da una patologia genetica del tessuto connettivo, probabilmente la Sindrome di Marfan o la Sindrome di Ehlers-Danlos. Entrambe spiegerebbero l’ipermobilità straordinaria delle sue dita, capaci di coprire sul manico del violino distanze semplicemente inaccessibili ad altri strumentisti, così come il suo aspetto fisico peculiare e la fragilità della sua salute, tormentata nel corso della vita da tubercolosi, sifilide e numerose altre patologie. Quello che il pubblico interpretava come marchio del diavolo era, con ogni probabilità, la conseguenza di una biologia eccezionale.
La rivoluzione tecnica
Al di là del mito, Paganini è stato un innovatore radicale. Ha riscritto il vocabolario tecnico del violino introducendo e perfezionando soluzioni che i suoi contemporanei giudicavano impossibili: il pizzicato eseguito con la mano sinistra, l’uso sistematico degli armonici doppi e tripli, arcate di velocità e leggerezza senza precedenti, accordature non convenzionali della scordatura. Si narrava che fosse in grado di eseguire un intero brano sulla sola quarta corda, nel caso in cui le prime tre si fossero spezzate durante l’esibizione. Tecnica e teatro si fondevano in un unico gesto.
Paganini non ripete
La frase più celebre associata al suo nome nacque nel 1818 al Teatro Carignano di Torino. Il re Carlo Felice di Savoia, entusiasta dell’esibizione, fece recapitare al violinista la richiesta di ripetere un brano. Paganini declinò con quelle parole divenute proverbiali. Non era arroganza: le sue esecuzioni erano intessute di improvvisazioni estemporanee che rendevano ogni concerto irripetibile, e lo sforzo fisico che richiedevano — con i polpastrelli spesso sanguinanti al termine delle esibizioni — rendeva una replica semplicemente impraticabile. Il rifiuto gli costò il permesso di esibirsi in quel teatro. La frase gli sopravvisse.
Il Cannone
Paganini suonava un violino costruito nel 1743 dal liutaio cremonese Bartolomeo Giuseppe Guarneri, detto “del Gesù”. La potenza e la profondità del suo suono spinsero il violinista a ribattezzarlo “Il Cannone”. Alla sua morte, nel 1840, Paganini lo lasciò in eredità alla città di Genova con la richiesta esplicita che fosse conservato per sempre. Lo strumento è oggi custodito a Palazzo Tursi e viene suonato in rare occasioni solenni, tra cui la premiazione del vincitore del Premio Paganini, uno dei concorsi violinistici più prestigiosi al mondo.
Un’eredità senza scadenza
Paganini morì a Nizza il 27 maggio 1840, a cinquantasette anni. La Chiesa gli negò inizialmente una sepoltura religiosa — ulteriore capitolo di una vita che sembrava scritta per alimentare la leggenda — prima che i suoi resti trovassero pace definitiva a Parma. Lasciava un catalogo di composizioni quasi interamente dedicato al violino, con i ventiquattro Capricci op. 1 a rappresentarne il vertice assoluto: pagine che per decenni rimasero praticamente ineseguibili e che ancora oggi costituiscono uno dei banchi di prova più severi per qualsiasi violinista.
Il mito di Paganini sopravvive perché tocca qualcosa di antico e universale: la domanda su dove finisca il talento umano e dove inizi qualcos’altro. Una domanda che lui, con sapiente ambiguità, non ha mai scelto di rispondere.


