Devo cominciare con una confessione, perché se non la metto subito sul tavolo poi questo articolo diventa disonesto. La prima volta che sono andato a Procida ci sono andato per sbaglio. O meglio, ci sono andato pensando che sarebbe stato un fuoriprogramma, una piccola deviazione, un “tanto siamo qui, diamogli un’occhiata”. Avevo prenotato due giorni a Ischia con un’amica e a metà soggiorno, in un pomeriggio di noia, le ho detto: “Senti, ma se domattina presto facciamo una scappata a Procida e torniamo per pranzo?”
Lei mi guardò con un’espressione che, ripensandoci, conteneva già tutta la profezia di quello che sarebbe successo. Mi disse: “Mezza giornata? A Procida?”. Lo disse con quel tono che le persone che hanno già fatto un errore usano con chi sta per farlo per la prima volta. Risposi con la sicurezza dell’ignorante: “È piccolissima, in mezza giornata avanza pure il tempo per un caffè.”
Trentasei ore dopo, eravamo ancora a Procida. Avevamo perso due traghetti, mancato una cena prenotata da settimane a Ischia, perso una stanza pagata. Ed eravamo, in quel momento esatto, le persone più felici di tutta la Campania.
Questo articolo è dedicato a chiunque stia per fare il mio stesso errore. Non per impedirvelo, intendiamoci. Per farvelo fare meglio.
Cosa leggerai
Il problema fondamentale di Procida
Il problema di Procida è che, sulla carta, sembra fattibile in poche ore. Quattro chilometri quadrati. Diecimila abitanti. Un’unica forma allungata che si attraversa a piedi in quaranta minuti. Persino le guide turistiche, in un raro momento di umiltà, ti dicono che “una giornata può bastare”. È una bugia gentile, raccontata con le migliori intenzioni, ma resta una bugia.
Procida non si può fare in mezza giornata per la stessa ragione per cui non si può leggere un libro di poesie in dieci minuti solo perché è sottile. La consistenza non è quella che pensi.
Quello che succede, in pratica, è questo: scendi dal traghetto a Marina Grande, fai venti metri, e già ti si è aperta una direzione che non avevi previsto. C’è una stradina sulla destra che sale con una pendenza interessante. C’è un bar che ha qualcosa di particolare nell’aria. C’è un mercato di pesce che sta finendo, con le ultime cassette che vengono rimesse via, e tu ti fermi a guardare perché non l’avevi mai visto fare. Sono passati venti minuti. Stai ancora a venti metri dal traghetto.
Moltiplica questa dinamica per la durata della tua visita e capisci il problema.
Il weekend: ovvero il compromesso minimo accettabile
Quindi parliamo seriamente. Se hai un weekend a disposizione — due giorni pieni, una notte in mezzo — Procida si rivela con onestà. Non completamente, ma abbastanza per capire perché tornerai. È una promessa che ti faccio adesso, all’inizio di questo articolo, e che ti chiederò di verificare alla fine del tuo viaggio: tornerai.
Il weekend è anche, paradossalmente, il formato peggiore per chi cerca solo “le cose da vedere”. Perché Procida non funziona così. Procida funziona se accetti di smettere di vedere e cominci a stare.
Detto questo, ci sono alcune cose che è giusto vedere. Lasciamene parlare.
Sabato mattina: l’arrivo, l’errore di partenza, la prima vera scoperta
Il traghetto da Napoli ci mette circa un’ora. Quello da Pozzuoli quaranta minuti. Quello da Ischia, se ti capita di partire da lì, una mezz’oretta scarsa. Qualunque sia il punto di partenza, prendi il primo della mattina. Non è negoziabile. Procida alle otto del mattino è un’altra isola rispetto a Procida alle undici, e l’altra isola è quella che vorresti vedere.
Quando arrivi a Marina Grande, l’istinto è di cercare subito il punto più fotografato. Te lo dico ora: l’istinto è sbagliato. Resisti. Le case colorate stratificate sopra il porto le vedrai comunque, è impossibile non vederle, ti seguiranno da qualunque angolo le guardi. Quello che invece rischi di perderti, se ti precipiti, è quel mezzo chilometro di Marina Grande che attraversa il borgo del porto e che racconta più di Procida di qualsiasi cartolina.
Cosa fare nelle prime due ore:
Cammina lungo Via Roma e Via Vittorio Emanuele. Non con la guida in mano. Con gli occhi alzati. Guarda i balconi, le tende di lino, i panni stesi (a Procida i panni stesi non sono un fastidio: sono parte dell’arredamento urbano, hanno una loro dignità). Fermati al primo bar dove vedi gente del posto. Riconoscerli è facile: sono quelli che non guardano il telefono. Ordina un caffè e, se è la stagione giusta, una sfogliatella o una lingua di suocera ripiena di crema al limone.
Dopodiché — e qui arriva il primo consiglio operativo — sali a Terra Murata.
Terra Murata, ovvero il punto in cui capisci di aver sbagliato i calcoli
Terra Murata è il borgo fortificato sulla cima dell’isola di Procida. Si raggiunge a piedi attraverso Via San Michele, una salita che a leggerla sulla mappa sembra ridicola (sono novanta metri di dislivello) e che dal vivo, soprattutto se hai appena fatto colazione, ti ricorda che le altimetrie sono spesso più sincere delle mappe.
In cima trovi il Palazzo d’Avalos, che ha una storia che ti racconto in due frasi perché merita: costruito nel Cinquecento come residenza nobiliare, trasformato in carcere nell’Ottocento, e usato come tale fino al 1988. Sì, il millenovecentottantotto. Nello stesso anno in cui usciva il primo Telefilm di Beautiful, a Procida c’erano detenuti che vivevano con vista sul golfo di Napoli. È una di quelle informazioni che, quando le scopri, ti restano addosso per giorni.
Accanto al palazzo, l’Abbazia di San Michele Arcangelo, dedicata al santo patrono dell’isola. Entraci. Il soffitto ligneo dipinto, la cripta, la piccola biblioteca antica: vale la deviazione anche se non sei particolarmente religioso. La storia, in questi luoghi, è una cosa che si appoggia ai muri e ti chiede solo di guardare.
Prima di scendere da Terra Murata, fai una cosa: cerca un muretto. Siediti. Guarda Marina Corricella dall’alto. Non scattare la foto subito. Guarda e basta, per cinque minuti. Procida ti regalerà più di quello che la foto saprà restituire.
Sabato pomeriggio: la Corricella, il pranzo, la lezione del cameriere
Si scende dalla Terra Murata alla Marina Corricella attraverso una scalinata. Pochi minuti, ginocchia un po’ provate, e ti ritrovi nel borgo di pescatori più fotografato del Mediterraneo.
La Corricella è quella sequenza di case basse, colorate, addossate al porticciolo, con le barche tirate in secco e le reti distese ad asciugare. È esattamente come l’hai vista in cento immagini, e nonostante questo ti emoziona. Ha una qualità che non riesco a spiegare del tutto e che ha a che fare con il fatto che la Corricella, semplicemente, è ancora quello che era. Non si è prestata al gioco. Non si è messa in ghingheri per i turisti. Ti accoglie come accoglie i suoi pescatori da quattrocento anni: con una certa dignitosa distrazione.
Pranzo alla Corricella, capitolo importante:
I ristoranti sul lungomare della Corricella sono tutti più o meno simili e tutti più o meno onesti. Le insidie sono altre: i menu turistici fissi a prezzi ragionevoli che però ti privano del piacere di scegliere, e l’illusione che il pesce sia ovunque uguale.
Una piccola regola che ho imparato: chiedi sempre cosa è arrivato fresco quella mattina. Se il cameriere ti dice “tutto”, cambia tavolo. Se ti dice “oggi c’è la spigola e i totani”, siediti senza pensarci. Ordina un antipasto di mare per cominciare. Spaghetti alle vongole o linguine ai ricci, se è stagione. E poi il pesce alla griglia, senza salse complicate.
Una volta a pranzo, alla Corricella, ho chiesto al cameriere come fosse fatto il “tortino di alici” che era nel menù. Lui mi guardò con la pazienza di chi insegna ai bambini, e disse: “Sono alici. Con un po’ di pane sopra. E poi forno.” Ecco. Quella era la spiegazione completa. Non c’era niente da aggiungere. Lo ordinai. Era esattamente come l’aveva descritto. Ed era favoloso.
Sabato pomeriggio tardi: la spiaggia, qualsiasi spiaggia
Dopo pranzo, Procida ti chiede una cosa precisa: una spiaggia. Non scegliere la più famosa per principio. Scegli quella più vicina al tuo stato d’animo.
Se vuoi sabbia chiara e una passeggiata, vai a Ciraccio o Ciracciello, sul versante occidentale. Si raggiungono a piedi da Chiaiolella in pochi minuti.
Se vuoi sabbia scura e quel tipo di silenzio che esiste solo nelle baie nascoste, vai a Pozzo Vecchio. Sì, è quella del film “Il Postino”. Sì, la chiamano anche “spiaggia del Postino“. Ma resta una baia di una bellezza onesta, racchiusa tra promontori, con un’atmosfera che il cinema non è riuscito a rovinare.
Se vuoi qualcosa di più intimo e meno frequentato, scendi alla Chiaia attraverso la sua leggendaria scalinata di centottantasei gradini. In discesa è una passeggiata. In salita ti renderà un essere umano migliore, anche se sudato.
Sabato sera: dove dormire e perché non andare via
Il momento più sottovalutato di Procida è la sera. Quando i traghetti dell’ultimo turno hanno portato via i visitatori della giornata, l’isola tira un sospiro di sollievo e diventa quello che è davvero: un piccolo paese di pescatori che cena, parla a voce alta sui balconi, manda i bambini a fare un ultimo giro in piazza prima del letto.
Procida di sera, se hai scelto di restare a dormire, ha una luce particolare. I muri colorati al tramonto si addolciscono, le ombre si allungano sui vicoli, le luci delle case si accendono una dopo l’altra come se qualcuno stesse seguendo un copione.
Sulla scelta del dove dormire:
Procida ha molte opzioni e poche regole. Diffida dei posti con foto patinate e descrizioni in stile resort: non è il luogo per quella poesia. Cerca le case private, i piccoli B&B nel centro storico, le strutture gestite da famiglie che vivono lì da generazioni. Marina Grande è comoda per gli arrivi e le partenze. Chiaiolella è più tranquilla e più vicina alle spiagge. Il centro alto, intorno a Terra Murata, è quello con più carattere e meno spostamenti notturni.
Cena in un ristorante diverso da dove hai pranzato. Possibilmente al di fuori della Corricella, dove i prezzi sono più alti e il volume turistico più sostenuto. Cerca le trattorie nascoste nei vicoli interni di Marina Grande. Chiedi consiglio al gestore del tuo alloggio: te lo darà sincero, perché a Procida la reputazione è ancora una valuta che circola tra le persone.
Domenica mattina: Chiaiolella, Vivara, il senso delle cose
La domenica mattina è il momento per attraversare l’isola fino all’altro versante. Cammina lungo Via Vittorio Emanuele e poi Via Libertà. Sono le strade che dividono Procida in due, le sue arterie principali. Lungo il percorso vedi la Procida quotidiana: le scuole, le piccole botteghe, la gente che torna dalla messa con la pasta della domenica sotto il braccio.
Arrivi a Chiaiolella in circa venti minuti. È il secondo porto dell’isola, completamente diverso dal primo. Più ampio, più aperto, con una lunga passeggiata che si estende lungo il lungomare. Da qui partono molte delle escursioni in barca attorno all’isola, che sono un’ottima idea se hai un paio d’ore e qualche euro da spendere: Procida vista dal mare è un’altra isola, mostra angoli che dalla terra restano nascosti.
E poi c’è Vivara, l’isolotto a forma di mezzaluna collegato a Procida da un ponte pedonale. Per anni è stata chiusa al pubblico — riserva naturale integrale, accesso solo per ricercatori. Da qualche tempo è di nuovo visitabile, ma solo con visite guidate prenotate in anticipo e in piccoli gruppi. Se hai pianificato il weekend con un po’ di anticipo, prenotala. È una di quelle esperienze che ti restituiscono una versione del Mediterraneo che pensavi non esistesse più: macchia bassa, sentieri stretti, panorami che ti tagliano il respiro e gabbiani che ti studiano con sospetto.
Domenica pomeriggio: l’ora del ritorno, e perché la sbaglierai
Verso le quattro del pomeriggio della domenica, hai due opzioni. La prima: prendi il traghetto e torni a casa, soddisfatto di aver “fatto Procida”. La seconda: chiami chi devi chiamare, sposti il traghetto a stasera tardi, e ti regali ancora qualche ora.
Te lo consiglio con un certo grado di responsabilità: scegli la seconda.
Il pomeriggio della domenica a Procida è il momento più sottovalutato dell’intero weekend. I turisti del weekend stanno partendo. L’isola si sta svuotando. La luce del pomeriggio sui muri colorati ha una qualità che non c’è in nessun altro momento. Trovi un caffè in un punto qualsiasi del lungomare, ordini qualcosa di freddo, ti siedi. Per un’ora non fai assolutamente niente.
Questa ora, paradossalmente, è quella che giustifica l’intero viaggio. È l’ora in cui capisci di aver capito Procida. Non quando hai visitato i monumenti. Non quando hai fotografato le case colorate. Non quando hai mangiato il tortino di alici. Adesso, in questo caffè senza pretese, mentre il traghetto delle ventuno sta scaldando i motori in lontananza e tu ti rendi conto che non vuoi proprio prenderlo.
Una piccola onestà finale
Ti ho promesso, all’inizio di questo articolo, che saresti tornato. Lo mantengo. Non perché Procida sia “imperdibile” — è una parola che uso poco perché di posti imperdibili ne abbiamo già abbastanza nella nostra civiltà saturata — ma perché Procida è uno di quei luoghi che ti lasciano addosso una piccola questione irrisolta.
Te ne accorgi sul traghetto del ritorno. Stai guardando le case colorate che si rimpiccioliscono, e cominci a fare l’inventario di quello che non hai fatto. Quella stradina dove non sei entrato. Quel ristorante che ti avevano consigliato e che hai dovuto saltare. Quella spiaggia che hai visto solo da lontano. La Settimana Santa, di cui ti hanno parlato e che dura una settimana intera e che, dicono, andrebbe vissuta almeno una volta nella vita.
Te ne accorgi sul traghetto del ritorno, dicevo. E mentre te ne accorgi, già stai pianificando il prossimo weekend.
Mezza giornata era impossibile. Un weekend è il minimo. Tre giorni sarebbero il giusto. Una settimana, probabilmente, sarebbe l’inizio di qualcosa di serio.
Ma siamo persone occupate, viviamo nel ventunesimo secolo, abbiamo agende strette. Un weekend, per cominciare, va bene. È quello che ho fatto io, la prima volta. E come ti ho già detto: poi sono tornato. E tornerò ancora.


