Il traghetto del primo pomeriggio, a fine ottobre, ha più gabbiani che passeggeri. Ho contato sette persone a bordo, una delle quali era un signore con due cassette di pesce sotto il braccio che parlava al telefono in un catalano molto rapido e molto arrabbiato. È stato lui, in qualche modo, a darmi il benvenuto sull’isola: nel senso che mi ha guardato come si guarda qualcuno che ha sbagliato stagione. Cosa, peraltro, era esattamente quello che speravo di fare.
Formentera fuori stagione è un’altra cosa. Non è la stessa isola con meno gente sopra: è proprio un altro luogo, con altri ritmi, altre conversazioni, altri odori. In agosto profuma di crema solare e di pesce alla griglia; a novembre profuma di legna nei camini, di salmastro umido e, in alcuni angoli inaspettati dell’entroterra, di mosto. Il mare, che d’estate è uno sfondo, in inverno è una presenza ingombrante che entra in tutte le stanze.
Cosa leggerai
Quanti sono, davvero, gli isolani
Formentera ha circa dodicimila residenti stabili. È un numero così piccolo che, se ti capita di passare tre giorni in giro, hai la sensazione di averli quasi conosciuti tutti. In alta stagione, però, i conti cambiano in modo brutale: tra turisti pernottanti ed escursionisti giornalieri da Ibiza, l’isola può ospitarne anche trentamila o quarantamila in una giornata di agosto. Significa che la popolazione si quadruplica, e con lei tutto il resto: i prezzi degli affitti, le code al traghetto, il rumore, l’attesa per un tavolo.
Da novembre a marzo, invece, l’isola si ricompone. Le auto a noleggio scompaiono dai parcheggi, le biciclette tornano in deposito, e per le strade incroci più trattori che scooter. È in questo periodo che, conversando con un ristoratore di Sant Ferran, ho capito una cosa ovvia ma che non avevo mai messo a fuoco: la metà delle persone che incontri sull’isola d’estate, d’inverno è da un’altra parte. Tornano i pescatori che durante la stagione facevano i taxisti, le commesse che facevano le cameriere, i giovani che durante l’anno studiano sulla terraferma. Non è solo una questione di turisti che vanno via: è un’isola che riprende il suo respiro normale.
La geografia di quello che apre e di quello che chiude
C’è una mappa non scritta di Formentera invernale, e i locali la conoscono a memoria. La maggior parte dei ristoranti delle spiagge chiude tra fine ottobre e Pasqua. Chiudono anche molti hotel, parecchi negozi di abbigliamento da mare, e quasi tutti i noleggi di scooter. È inutile insistere: a gennaio, a Es Pujols, troverai più cani randagi che esseri umani in piedi.
Ma da qualche parte si mangia, da qualche parte si dorme, da qualche parte si beve un caffè decente. La regola è semplice: spostarsi verso l’interno. I locali aperti tutto l’anno si concentrano nei tre paesi veri — Sant Francesc Xavier, Sant Ferran de ses Roques e La Mola — dove vive la maggior parte dei residenti stabili. È lì che troverai panetterie con il pane appena sfornato alle sette del mattino, bar dove i pensionati giocano a domino fino a mezzogiorno, e ristoranti familiari che servono piatti che d’estate non compaiono nemmeno nel menù turistico, come la sopa de matances o lo stoffat de polp cucinato lentamente in una pentola di coccio.
A Sant Ferran, in particolare, c’è una piccola fortuna di locali tenuti aperti dalla comunità di residenti stranieri — molti tedeschi, qualche italiano, qualche inglese — che ha eletto Formentera a residenza permanente e che, semplicemente, ha bisogno di un posto dove andare la sera. Sono spesso i locali più interessanti dell’isola.
Le persone che restano (e il problema di farsi trovare)
Una delle scoperte più curiose dell’inverno formenterano è il numero di artigiani, produttori e piccoli imprenditori che lavorano tutto l’anno e che d’estate vengono semplicemente travolti dalla domanda. Ci sono produttori di formaggio caprino che ricevono visite in azienda solo su appuntamento. Cantine che producono qualche migliaio di bottiglie di vi pagès e che le vendono direttamente in cortile. Ceramisti, sarti, falegnami, restauratori di muretti a secco. Gente che ha competenze rarissime e una clientela fedele, ma che fuori stagione affronta il problema più antico del mondo: come farsi trovare da chi sta cercando.
È un dilemma, peraltro, che non riguarda solo le Baleari. Le imprese campane raccontano una storia molto simile, e le piccole economie locali del Mediterraneo si somigliano più di quanto si pensi: prodotti eccellenti, mani esperte, capacità relazionali fortissime, e un’enorme difficoltà a comparire dove ormai inizia ogni decisione di acquisto, cioè su uno schermo. A Formentera, qualcuno ha iniziato a capirlo. Le aziende agricole più sveglie hanno aperto profili social ben curati, alcune cantine hanno costruito siti che funzionano davvero, e i ristoranti che resistono in inverno sono spesso quelli che, paradossalmente, hanno investito di più online durante l’estate.
Conversando con un produttore di fichi secchi vicino a La Mola, mi ha detto una frase che mi è rimasta in testa: «D’estate vendo tutto senza fare niente. D’inverno, se non mi cercano, non esisto.» Ho pensato che era una sintesi piuttosto buona di tutta l’economia delle isole.
Le spiagge, finalmente vuote
Ses Illetes a novembre è una cosa che, se non l’hai vista, fai fatica a immaginare. La stessa sabbia che ad agosto sostiene migliaia di asciugamani disposti con cura millimetrica, fuori stagione si distende vuota per chilometri. L’acqua resta dello stesso turchese improbabile, perché la Posidonia oceanica fa il suo lavoro tutto l’anno, e nelle giornate di sole il mare è ancora attraversabile a piedi nudi senza grandi traumi termici fino a metà novembre.
Migjorn, sul lato sud, è la mia preferita per le camminate invernali. Sei chilometri di sabbia bianca lungo i quali, se sei fortunato, incontri due o tre persone in due ore. Cala Saona, all’imboccatura della costa occidentale, diventa un punto privilegiato per i tramonti d’inverno, quando il sole va a coricarsi proprio dietro la sagoma di Es Vedrà, lo scoglio leggendario che spunta dietro Ibiza e che, secondo i locali, ha proprietà magnetiche di cui è bene non parlare troppo.
L’unica accortezza è il vento. La tramontana, da novembre a marzo, può alzare onde improvvise e rendere alcune spiagge proibitive nel giro di mezz’ora. Conviene controllare le previsioni la mattina, e ricordarsi che a Formentera in inverno il meteo ha l’ultima parola su qualunque programma.
Cosa fare quando non c’è niente da fare
Le attività invernali sull’isola sono pochissime, e questo è esattamente il punto. Si cammina molto: i camins verds, i trentadue sentieri che attraversano l’entroterra, sono perfetti in inverno, quando la temperatura mite e l’assenza di traffico li trasformano in un’esperienza completamente diversa rispetto all’estate. Si pedala con calma. Si fanno lunghe colazioni nei bar di paese, dove qualcuno commenta il giornale ad alta voce e qualcun altro risponde dal tavolo accanto come se la conversazione fosse già aperta dal giorno prima.
Il faro di Cap de Barbaria, all’estremità sud-ovest, è un posto che in inverno restituisce esattamente quello che promette: la fine della terra, il vento, il rumore del mare, e nient’altro. Si arriva percorrendo una strada di otto chilometri che attraversa un altopiano sassoso e lunare, e una volta lì ti chiedi seriamente perché qualcuno dovrebbe avere bisogno di altro nella vita.
A La Mola, ogni domenica mattina, si tiene un piccolo mercato artigianale anche in bassa stagione, con pochi banchi ma gente vera, prodotti locali e nessuna delle paccottiglie estive. È un altro tipo di mercato, completamente diverso da quello celebre del mercoledì e della domenica sera in alta stagione, e per molti versi è più interessante.
Quando andare e come arrivare in inverno
Il periodo migliore per visitare Formentera fuori stagione va da metà ottobre a inizio dicembre, e poi da metà marzo a fine aprile. Gennaio e febbraio sono mesi affascinanti ma anche freddi e ventosi, e parecchi locali sono chiusi anche nei paesi.
I traghetti da Ibiza continuano a operare tutto l’anno, ma con frequenze ridotte: in inverno parte una corsa ogni due o tre ore invece che ogni mezz’ora. Le compagnie principali — Baleària, Trasmapi e Aquabus — mantengono almeno un paio di partenze giornaliere anche a gennaio. Conviene prenotare in anticipo solo se viaggi con un’auto al seguito; altrimenti, basta presentarsi al porto.
Cosa portare: una giacca a vento, scarpe da trekking leggere, un libro lungo, e la disponibilità ad accettare che qualche programma salterà perché tira vento. Non perché sia una sfortuna: perché è il modo in cui l’isola ti ricorda chi comanda, fuori stagione.
E in fondo è anche il motivo per cui, dopo qualche giorno, ti accorgi di non avere più nessuna voglia di tornare in agosto.


