La nave entra nelle Bocche di Cattaro dopo aver superato la stretta di Verige, e qualcosa cambia. Le montagne brulle dell’entroterra balcanico precipitano sull’acqua quasi a strapiombo, come in Norvegia. Tra i loro piedi compaiono campanili romanici, bifore veneziane, leoni alati incisi sulla pietra, palazzi rinascimentali che si specchiano nel mare.
Formalmente è Montenegro. Storicamente fu Albania Veneta. Culturalmente è un capitolo di storia italiana che la maggior parte degli italiani non sa di avere.
Per quasi quattro secoli, dal 1420 al 1797, queste insenature furono territorio della Repubblica di Venezia. Lo sono state più a lungo di quanto Trieste sia stata italiana. Eppure, per il viaggiatore comune, le Bocche di Cattaro restano una scoperta inattesa: un fiordo del Sud Europa che non dovrebbe esistere, e una piccola Serenissima sopravvissuta in territorio slavo.
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Una geografia che non dovrebbe esistere
Sulla carta non hanno senso. Un sistema di quattro bacini interconnessi che si insinua per ventotto chilometri nella costa, con profondità che vanno dai quaranta ai sessanta metri, racchiuso da pareti rocciose alte fino a 1.700 metri. Le Alpi Dinariche scendono direttamente in mare, e il Monte Lovćen — il “Monte Leone”, che dà il nome stesso alla nazione del Montenegro — domina Cattaro dall’alto. Quando la nebbia mattutina si stratifica nelle valli, l’effetto è quello di un fiordo nordico trapiantato venti gradi di latitudine più a sud.
Geologicamente non si tratta di un vero fiordo: i fiordi norvegesi sono di origine glaciale, mentre le Bocche sono antichi valloni fluviali invasi dal mare dopo l’ultima glaciazione. Tecnicamente sono una ria. Ma la somiglianza visiva ha imposto da tempo la definizione popolare di “più meridionale dei fiordi d’Europa”, e l’industria turistica montenegrina la cavalca volentieri.
I quattro bacini sono collegati da strettoie spettacolari. La più famosa è quella delle Catene — Verige in montenegrino, Tjesnac Verige nella forma locale: trecento metri di larghezza per due chilometri di lunghezza, attraverso cui ogni nave deve passare per raggiungere i bacini interni. I veneziani vi tendevano effettivamente delle catene tra le due sponde, per impedire l’accesso alle navi nemiche. Da lì il nome.
Quattro secoli sotto il leone di San Marco
Il 25 luglio 1420 il Senato di Venezia accolse Cattaro tra i suoi domini. Non fu, va detto subito, un’annessione. Fu una dedizione: la città chiese di entrare nello Stato veneto, e Venezia, dopo aver respinto le precedenti offerte del 1395, 1404, 1405 e 1414, accettò.
La ragione del tentennamento era pratica. Cattaro era una piazza strategica fondamentale per il controllo dell’Adriatico, ma anche un impegno militare enorme: difenderla significava sostenere il peso di intere campagne contro gli ottomani, che premevano da sud. Quando Venezia decise infine di prenderla, sapeva che avrebbe dovuto fortificarla a costi spaventosi. Da qui un’espressione veneziana rimasta in uso per secoli, riferita a un amante particolarmente esigente: “Te me costi come i muri de Cattaro”.
Le mura, in effetti, sono ancora là. Salgono dal livello del mare fino al forte di San Giovanni, a 280 metri d’altezza, lungo un perimetro di quasi cinque chilometri. Sono il sistema difensivo veneziano meglio conservato dell’Adriatico orientale, e dal 2017 fanno parte di un secondo riconoscimento UNESCO, dedicato specificamente alle opere di difesa della Serenissima tra Cinque e Seicento.
Sotto Venezia, Cattaro mantenne un’autonomia notevole. Conservò il proprio statuto comunale, continuò a battere moneta fino al 1640, non pagò imposte alla Repubblica. I rapporti con la madrepatria erano gestiti da un Conte e Provveditore, eletto annualmente dal Senato, che dipendeva a sua volta dal Provveditore Generale di Dalmazia e Albania, con sede a Zara. La regione veniva chiamata Albania Veneta, perché ai tempi delle prime conquiste i territori veneti si spingevano fino a Durazzo, nell’attuale Albania; ridottasi nel Cinquecento all’area montenegrina dopo la perdita di Antivari e Dulcigno agli ottomani, mantenne però il nome.
L’impronta culturale fu profonda. Secondo le ricostruzioni di Luigi Paulucci, delegato napoleonico autore di un dettagliato resoconto sulle Bocche del 1810, alla caduta della Repubblica gli italofoni costituivano circa il sessantasei per cento della popolazione urbana di Cattaro, Perasto e Castelnuovo. Si parlava veneto nei mercati, nelle élite mercantili, nelle scuole. Le iscrizioni pubbliche erano in latino o in veneziano. Solo nell’entroterra rurale prevaleva lo slavo.
Cattaro, la piccola Venezia di pietra
La città vecchia di Cattaro è un triangolo di pietra incastrato tra le mura, il fiume Skurda e la montagna di San Giovanni. Si entra dalla Porta del Mare, datata 1555, sopra cui campeggia ancora il leone alato di San Marco — scolpito di nuovo, restaurato, ma scolpito sopra l’originale, mai cancellato del tutto, nemmeno sotto l’occupazione austriaca o jugoslava.
Oltre la porta si apre la Piazza delle Armi, dominata dalla Torre dell’Orologio del Seicento. Da qui partono i vicoli stretti che attraversano il nucleo medievale: una rete di pietra dove ogni svolta apre su un nuovo cortile, un palazzo nobiliare, una chiesa romanica. La Cattedrale di San Trifone, consacrata nel 1166 e ricostruita più volte dopo i terremoti, conserva un ciborio gotico-romanico del Trecento e reliquie del santo patrono, le cui spoglie sarebbero arrivate via mare da Costantinopoli nell’809.
Il vero spettacolo, però, non è dentro la città. È sopra. Le mura salgono a zig zag lungo il fianco della montagna per più di 1.300 scalini, fino al Forte San Giovanni. La salita richiede un’ora abbondante, ed è dura sotto il sole estivo, ma il panorama dall’alto giustifica ogni fatica: tutta la baia di Cattaro si apre come una carta geografica vivente, con Perasto in lontananza, le due isolette davanti, il dedalo di tetti rossi della città a picco sotto i piedi.
L’intero complesso è patrimonio UNESCO dal 1979, all’interno della “Regione naturale e storico-culturale delle Bocche di Cattaro”. Fu uno dei primi siti iscritti per l’allora Jugoslavia, dopo che un terremoto devastante, nell’aprile dello stesso anno, aveva danneggiato seriamente molti edifici storici. Il restauro fu accurato. Camminando per la città oggi, è difficile dire cosa sia originale e cosa sia stato ricostruito: il segno del lavoro è invisibile, e questo è il complimento più alto che si possa fare a un restauro.
Perasto, dodici palazzi e due isole
Quindici chilometri più a nord lungo la costa, Perasto è una sola via lungo l’acqua. Conta meno di quattrocento abitanti, e contava poche migliaia all’apice del Settecento, quando era una delle marinerie più ricche dell’Adriatico orientale. Le famiglie nobili — i Bujović, i Zmajević, i Visković — possedevano flotte commerciali che arrivavano fino a Costantinopoli e ad Alessandria d’Egitto. Con i proventi costruirono i palazzi barocchi che ancora oggi si allineano lungo il lungomare come una fila di scenografie teatrali.
Davanti a Perasto, a cinquecento metri dalla riva, galleggiano due isolette. San Giorgio è naturale: ospita un’abbazia benedettina del Seicento e un vecchio cimitero dove riposano generazioni di capitani perastini. Non è visitabile al pubblico. L’altra, la Madonna dello Scalpello (Gospa od Škrpjela), è artificiale, e racchiude una delle storie più singolari del Mediterraneo.
Secondo la tradizione, il 22 luglio 1452 due marinai di Perasto, i fratelli Mortešić, trovarono su uno scoglio affiorante un’icona della Madonna con Bambino. La portarono in chiesa. La mattina dopo era scomparsa, ed era stata ritrovata sul medesimo scoglio. Riportata in chiesa, scomparve di nuovo. Dopo qualche ripetizione del prodigio, i perastini interpretarono il segno: la Vergine voleva una chiesa sullo scoglio. Il problema era che lo scoglio misurava pochi metri quadrati. La soluzione fu graduale, ostinata, secolare: ogni nave che attraccava a Perasto era tenuta a scaricare una pietra accanto allo scoglio, e i vecchi velieri da disarmare venivano caricati di sassi e fatti affondare nei pressi. Per secoli, l’isola crebbe pietra dopo pietra.
Oggi misura 3.030 metri quadrati. Sopra c’è una chiesa barocca costruita nel 1632 e ampliata nel 1722, con una cupola visibile da tutta la baia. L’interno è decorato da sessantotto dipinti di Tripo Kokolja, pittore barocco originario di Perasto formatosi alla scuola veneta del Seicento. L’opera principale — la Morte della Vergine — è lunga dieci metri e occupa l’intero soffitto del presbiterio. L’altare maggiore in marmo, del 1796, è opera dello scultore genovese Antonio Kapelano.
Nell’annesso museo si conserva un arazzo che vale da solo il viaggio. Lo ricamò Jacinta Kunić-Mijović, perastina, durante i venticinque anni in cui attese il ritorno del suo innamorato partito per mare. Nei capelli della Madonna ricamata sono intessuti i suoi capelli veri: con il passare degli anni vi si nota il passaggio dal castano scuro al grigio chiaro. Jacinta finì il lavoro cieca. Non si sa se l’amato sia mai tornato.
La tradizione delle pietre non è mai cessata. Ogni 22 luglio, all’imbrunire, una processione di barche perastine si tiene tutta legata l’una all’altra — fascia, da cui il nome di Fašinada — e si dirige verso l’isola con un carico simbolico di sassi che vengono gettati in acqua, come fanno gli antenati dal Quattrocento. È una delle poche processioni marittime ancora autenticamente attive del Mediterraneo.
L’addio alla Serenissima
La Repubblica di Venezia cadde il 12 maggio 1797 senza combattere, davanti alle truppe napoleoniche. Pochi mesi dopo, con il trattato di Campoformio, il suo Stato da Mar — Istria, Dalmazia, Bocche di Cattaro comprese — passò all’Austria.
A Perasto, l’evento ebbe un epilogo che merita di essere ricordato. I perastini, ultimi tra tutti i territori veneti, rifiutarono di ammainare le insegne. Mentre il resto della Repubblica si arrendeva, Perasto si resse in autogoverno per tre mesi sotto la bandiera di San Marco. Il 23 agosto 1797, quando ormai l’arrivo degli austriaci era questione di giorni, il capitano Giuseppe Viscovich riunì la popolazione davanti al palazzo del Capitano, scortato da una guardia armata di dodici uomini. Il gonfalone fu portato in processione fino alla piazza di San Nicola. Il forte sparò ventuno colpi di cannone. Le navi nel porto fecero lo stesso. Viscovich pronunciò un’orazione in veneziano che è rimasta nei testi di storia adriatica, e che cominciava così: “In sto amaro momento, che lacera el nostr cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio”. Poi tagliò il gonfalone dal pennone, lo baciò davanti alla popolazione in lacrime, e lo seppellì sotto l’altare maggiore della chiesa di San Nicola.
È ancora lì. O almeno, così si dice. Durante la Seconda guerra mondiale, soldati italiani lo cercarono mettendo a soqquadro chiesa, palazzi e archivi della cittadina. Non lo trovarono. Una vecchia perastina conosceva il punto esatto, ma morì senza rivelarlo. Il gonfalone della Serenissima continua a riposare da qualche parte sotto le pietre della cattedrale, in attesa di nessuno.
Dopo l’Austria vennero ancora cambi di sovranità rapidi e disordinati: il Regno d’Italia napoleonico nel 1805, l’occupazione russa, le Province Illiriche francesi, di nuovo l’Austria dopo il Congresso di Vienna del 1815, il Regno di Jugoslavia dopo la Prima guerra mondiale. Tra il 1941 e il 1943 le Bocche tornarono brevemente territorio italiano come Provincia di Cattaro, sotto il Governatorato di Dalmazia voluto da Mussolini. Dopo il 1945 furono jugoslave fino alla dissoluzione del Paese, poi montenegrine quando il Montenegro divenne indipendente nel 2006.
L’italiano parlato è scomparso quasi del tutto, complice l’emigrazione di massa dei dalmati italiani nel Novecento. Ne restano oggi circa cinquecento, riuniti nella Comunità Nazionale Italiana del Montenegro, con sede a Cattaro. Sulle facciate dei palazzi sopravvivono ancora le iscrizioni latine e veneziane. I leoni alati sulle porte sono stati conservati. Il dialetto locale, anche quando è slavo, è punteggiato di prestiti veneziani che chi conosce l’italiano riconosce immediatamente: kapotto, feneštra, bićerin.
Cosa sapere prima di partire
Le Bocche di Cattaro si raggiungono in volo da Roma o Milano via Podgorica o Tivat. L’aeroporto di Tivat, a quindici chilometri da Cattaro, è il più comodo, e permette di evitare i tornanti che dal capoluogo montenegrino scendono in baia. Esistono anche traghetti dall’Italia per Bar — Bari–Bar e Ancona–Bar — ma sono lunghi: undici ore minimo, una notte intera di navigazione.
Il periodo migliore è da maggio a ottobre, evitando se possibile la prima metà di agosto, quando la stretta di Verige diventa un parcheggio di yacht e l’afflusso turistico fa lievitare i prezzi. La Fašinada di Perasto, ogni 22 luglio, vale un viaggio dedicato: è uno degli spettacoli rituali più autentici dell’Adriatico orientale.
Tre giorni bastano per Cattaro, Perasto e le due isole. Cinque permettono di estendere il giro a Castelnuovo (Herceg Novi), al monastero di Savina, a Tivat con il nuovo marina Porto Montenegro, e di salire fino al Monte Lovćen per il mausoleo di Petar II Petrović-Njegoš, sovrano-poeta dell’Ottocento sepolto a 1.660 metri d’altezza. Ma quella è un’altra storia, e merita un viaggio a sé.


