Giovanni D'Onofrio (ft.ondawebtv)

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Il giudice Giovanni D’Onofrio è intervenuto 

su questo triste momento nel quale versa il CSM e la magistratura in generale. Il suo è un intervento appassionato – di chi si sente tradito – di chi non ci sta e denuncia con forza il senso di profonda vergogna che sta vivendo la Magistratura.

"Vi sono momenti della vita – dichiara D'Onofrio- in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre. Qualcuno ha scritto :infelice il popolo che ha bisogno di eroi. Ma ancora più infelice è il Popolo che ne ignora o ne disperde l'insegnamento.

Lo abbiamo perso anche noi.

Abbiamo ignorato e disperso l'insegnamento dei nostri Padri.
Che direbbero oggi, come reagirebbero di fronte ad una magistratura, la loro Magistratura assediata, immiserita, distrutta dal cancro correntizio che tutto corrode e divora? Che risponderemo oggi a Rosario LIVATINO che si esortava ad essere credibili più che credenti.
Come non ricordare ciò che FALCONE amava ripetere delle frasi riferite ad un magistrato da Frank Coppola: tre magistrati vorrebbero diventare Procuratore della Repubblica. Uno, intelligentissimo, il secondo che gode dell'appoggio del Governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia.
Non potremo che dargli ancora oggi, ad occhi bassi, ragione. 
Sentiamo e dobbiamo sentire un senso di profonda vergogna  - continua D’Onofrio - per ciò che sta accadendo, e si badi bene qui non parleremo di responsabilità penali, quelle sono individuali e saranno giudicate nelle sedi competenti.
Parliamo di quel senso di angoscia e smarrimento di ogni magistrato onesto di fronte alla protervia- inaccettabile - delle correnti onnipotenti, che occupano i gangli fondamentali del potere giudiziario.
Siamo frastornati e abbattuti perché non ci meritavamo tutto questo.
Lo sappiamo, l'avevamo capito ormai, che il merito è ormai variabile irrilevante, che c'è spazio più per il servo che per il meritevole, ma non pensavamo - ingenui noi -che il tumore avesse attaccato l'organo di autogoverno, il cuore della magistratura e che le metastasi fossero dappertutto..

Assistiamo impotenti ad una delegittimazione che squalifica le nostre funzioni, la nostra vocazione, che toglie, taglia, distrugge, cancella l'immagine della Magistratura con la "m" maiuscola a chi abbiamo creduto, per chi abbiamo studiato, per la quale abbiamo sofferto e lavorato.
Un rapido colpo di spugna che spegne, in un attimo ridicolizza, distrugge, liquida il lavoro della maggioranza onesta e silenziosa dei giudici italiani.
Di  chi le responsabilità di tutto questo?
Certo delle correnti, divenute centri di affari, mille miglia lontani dalle ragioni storiche e politiche per le quali nacquero, divenute strutture del potere, quello brutto, quello che abbiamo sempre contestato ai politici, ritenendoci moralmente superiori al paese di cui siamo immagine decadente e triste.
La colpa è anche nostra, carissimi colleghi.
Abbiamo consentito troppo – denuncia Giovanni D’Onofrio -, abbiamo consentito tutto nella speranza che un briciolo cadesse dal tavolo dei potenti, un incarico, una promozione, una prebenda, ignorando e dimenticando che i giudici si differenziano solo per funzioni e che l'altissima funzione è potere diffuso che ci riguarda, coinvolge ed interroga tutti.
Abbiamo, troppo spesso, mortificato le migliori energie della magistratura, i migliori ingegni, le migliori menti e troppo tardi ce ne siamo accorti. Che errore, che errore marchiano, carissimi colleghi. E' sotto gli occhi di tutti la perdita quotidiana di autorevolezza e prestigio anche del giudice di legittimità della nostra giurisprudenza.
Non sarà che, privilegiando il peggio, abbiamo distrutto con le nostre mani la nostra identità, il nostro orgoglio, il nostro rigore, la nostra passione?

Le abbiamo svendute sull'altare del potere fine a sè  stesso e non al servizio del popolo: il più grande peccato che un Magistrato  possa compiere.
Ringraziando Dio, siamo fuori del gioco, fuori del giogo delle correnti, giudici modesti ma veri, liberi e forti, questo sì, schiavi di nessuno, al servizio del popolo, come abbiamo giurato sulla Costituzione.
Ricordiamo il nostro giuramento, ricordiamolo.
Ora è tempo di distruzione. Chartago delenda est.
La politica non farà prigionieri.
Siamo tristi per noi ma ancor più per l'Italia, per il Popolo italiano, per il potere abbiamo distrutto l'unica speranza che rimaneva: una magistratura libera, forte, onesta.
Vergigna, vergogna, vergogna.
Ci hanno venduto, ci hanno venduto per trenta denari.
Qui non si tratta di salvare qualcuno, non sono mele marce, è il sistema che è marcio, corrotto, incancrenito, putrefatto. Non si salva nessuno. Nessuno.
E  allora da dove ripartire?
Dai nostri magistrati eroi, dai nostri Padri che ora ci guardano perplessi e sperano in un colpo di reni, in un cambio di passo, in una inversione di rotta, in un cambio di orizzonti.
Bisogna ripartire  dall'insegnamento del siciliano Mario Amato, dal piemontese Dino Caccia, dal milanese Gianciaccio Montalto, dal sardo Francesco Coco che ricordava come un magistrato deve mettere in  conto che può anche morire pur di rispettare la legge. 
Dal Siciliano Gaetano Costa e dalle sue parole, dal calabrese Francesco Ferlaino, morto con il codice penale aperto per terra, dalle parole di Guido Galli rivolte al padre: "perché vedi papà, io non ho mai pensato ai grandi clienti, alle belle sentenze o ai libri; io ho pensato soprattutto, e ti prego di credermi che dico la verità, a un mestiere che potesse darmi la grande soddisfazione di fare qualcosa per gli altri."
Dovremo ripartire dall'Umanità di Alberto Giacomelli, dal sacrificio del mio compaesano, Nicola Giacumbi di Santa Maria Capua Vetere che aveva rifiutato la scorta per non rischiare che un attentato contro di lui potesse provocare altre vittime.
Da Girolamo Minervini di Molfetta, che diceva che " in guerra un generale non può rifiutare di andare in un posto dove può morire".
Da Vittorio Occorsio, da Riccardo Palma, l'amico di Vittorio Bachelet, per il quale la magistratura deve essere garanzia assoluta della democrazia del paese, segno di intangibilità rigore e trasparenza.
Da Antonio Saetta che evitava i politici per evitare indebite interferenze e che morì assieme al figlio.

Da Pietro Scaglione, da Antonio Scopelliti che scriveva: il giudice è solo, con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come  un naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e protervia dei malvagi ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto, coraggioso.
Dovremo ripartire da Girolamo Tartaglione, napoletano, mente eccelsa e uomo di grandissima umanità, i polsini delle cui camicie erano logori come notò, al momento della morte, uno dei  giornalisti intervenuti; dalla forza di Falcone e dal coraggio di Borsellino che così insegnava: dobbiamo far trionfare quel fresco profumo di libertà che fa rifiutare il prezzo del compromesso  e delle complicità. Alla fine non ti chiederanno quanto sei stato credente ma quanto sei stato credibile.
Questa Magistratura vogliamo. . .questi esempi vogliamo seguire, ridando vita all’Associazione Magistrati  nazionale e locale.
A tutti i giudici liberi e forti che in questa grave ora – conclude il giudice Giovanni D’Onofrio - sentono il dovere di cooperare per il fine superiore della Giustizia, a tutti i giudici moralmente liberi e socialmente evoluti faccio appello perché insieme combattiamo il triste correntismo, restituendo centralità all'associazione, all'ideale, al dovere, al rigore, al merito. Restituiamo insieme alla Magistratura la dignità perduta."

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